Il processo Eternit, Norimberga e la banalità del Capitalismo
“… circa le azioni umane
non ridere, non piangere né indignarsi
ma capire”.
Baruch Spinoza
“Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente;
e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Ludwig Wittgenstein
Appena finita la guerra gli alleati insediarono a Norimberga un tribunale per giudicare e condannare il nazismo e le sue atrocità. Ancora oggi il processo di Norimberga è considerato un evento epocale perché le meritate condanne, inflitte a personaggi sicuramente colpevoli di gravissime responsabilità individuali, sancirono anche simbolicamente la fine del regime nazista; tuttavia quel processo ci racconta anche di un’occasione perduta dalla civiltà occidentale che non seppe (o non volle) formulare la domanda fondamentale: “come era stato possibile che il male radicale si fosse concretizzato proprio nel cuore della civilissima Europa?”. Limitandosi a condanne individuali il tribunale dei vincitori esorcizzò anche un terribile sospetto, quello che una qualche corresponsabilità dell’orrore trascorso potesse nascondersi tra le pieghe della struttura economica e sociale dell’intero Occidente (tra i pochi che osarono indagare l’indicibile ci fu Hannah Arendt. Ella chiamò banalità del male il contributo diffuso e fondamentale dato alla Shoah da insignificanti funzionari che obbedirono acriticamente a ordini spesso nemmeno impartiti; ma la filosofa ebrea si spinse anche oltre, fino a intravedere l’inquietante possibilità di una sorta di complicità tra vittime e carnefici).
Lo scorso 10 dicembre si è aperto a Torino un processo da lungo tempo atteso; esso chiama individualmente davanti alla giustizia i presunti e principali responsabili della strage dell’amianto. Se la sentenza sarà quella che i più si augurano l’intera società farà un notevole passo in avanti nell’attuazione dei diritti civili: un tribunale della Repubblica fondata sul Lavoro sancirà infatti la punibilità di coloro che hanno sacrificato la salute collettiva al profitto privato (anche se, alla fine, la giustizia dei tribunali sarà giunta troppo tardi, fuori tempo massimo per evitare che nuovi destini di morte continuino a compiersi nei prossimi anni).
Neppure il processo di Torino, come accadde per quello di Norimberga, metterà in luce la portata delle condizioni storiche ed economiche che hanno permesso l’accaduto. Del resto questo compito compete ad altri, all’analisi sociale e politica soprattutto delle forze della Sinistra.Se la Sinistra ritrovasse le parole per farlo, il racconto sull’Eternit di Casale si arricchirebbe di un altro capitolo. Esso avrebbe per argomento l’egemonia – economica ma anche ideologica – esercitata dalla mano invisibile del capitale su un’intera città inducendola a credere che la crescita, senza se e senza ma, dell’industria capitalistica coincidesse con l’interesse comune della collettività. Questo ulteriore capitolo racconterebbe di come il potere economico sia riuscito a piegare alla logica spietata del profitto perfino la nuda vita di molti lavoratori e cittadini ai quali ha comminato, in cambio di modesti salari e generici benefici economici collettivi, condanne a morte negate però – e contro ogni evidenza – fino all’ultimo, cioè fino alla chiusura dello stabilimento determinata dalla perdita di competitività del prodotto più che da motivi etici o legali.
La storia dell’Eternit di Casale dovrà essere riproposta anche in questi termini perché non sia mai più dato di assistere a tragedie simili a questa.




















